Il ministro della buonavita

Il giovane vecchio, l’universalismo selettivo, il welfare responsabilizzante: al ministro del Welfare Maurizio Sacconi piacciono gli ossimori. Ha riempito di ossimori un intero Libro verde in cui si proponeva di abrogare il Sessantotto e le sue ancelle: la pigrizia, la spocchia intellettualoide, la distrazione delle famiglie, “la perfida incultura” dell’assistenzialismo e del nichilismo.
11 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 21:52
Immagine di Il ministro della buonavita
Non rendete vano il sacrificio di Eluana, ha detto dopo aver appreso che Eluana era morta. “Sacrificio”, ed ecco che in molti sobbalzavano: che parola usa? E il giorno successivo Adriano Sofri, su Repubblica, pur concedendo che la frase era stata pronunciata “con non so quanta consapevolezza”, glielo diceva chiaro e tondo: “… bestemmia più enorme di tutte, che accusa di un sacrificio umano, e pretende di riscattarlo, per giunta con una legge folle”.

***


Un tempo, molto prima dell’agguato a Marco Biagi, molto prima di Eluana – c’era la spensieratezza alacre dell’“ape che vola”. L’ape che vola era il simbolo dell’associazione per la Sinistra liberale che l’ex socialista Maurizio Sacconi aveva fondato con l’ex pds Sergio Scalpelli nel 1993, in pieno ottimismo della volontà, in piena Tangentopoli e in piena nostalgia per il riformismo che poteva essere e invece era finito dietro i registri degli indagati, dietro i tribunali, dietro le sbarre, dietro i suicidi, dietro lo smantellamento della Prima Repubblica. L’ape che vola era energia compressa che ricominciava a scorrere, erano viaggi sgarrupati in treno un po’ per mancanza di fondi un po’ per paura dell’aereo – Maurizio guarda come siamo messi, non abbiamo una lira, non abbiamo gli uffici, non abbiamo i militanti, come cavolo facciamo a fare un partito?, gli dicevano ridendo i compagni, ma Maurizio non demordeva e anzi fremeva e ricordava l’asprezza degli esordi: ero un ragazzo, solo un ragazzo, e già combattevo per la libertà ovvero contro i facinorosi figli di papà che si riempivano la bocca di comunismo senza sapere che cosa fosse. E però poi si faceva una risata pure lui, e si lanciava nella sua specialità, le imitazioni: Martelli, Craxi, il Cavaliere. Ma il meglio del meglio era Gianni Agnelli. Un giorno sentivi squillare il telefono e ti pareva davvero di avere in linea l’Avvocato.

***


Si offenderebbe un prete, un cardinale. Forse pure un papa, a sentirsi chiamare crociato. Non Maurizio Sacconi, che invece un po’ si è offeso quando qualche quotidiano ha accusato il ministro della Salute “di non voler sanare il suo conflitto di interessi” – e il conflitto era Enrica Giorgetti, sua moglie, direttore generale di Farmindustria. Non si offende spesso il ministro ex craxiano che mai si è sentito ex. Al massimo si rabbuia perché soffre di nostalgia inestinguibile – Tony Blair “ha preso da Bettino”, dice Sacconi, e se l’interlocutore si mostra attonito tanto peggio per lui, ché Sacconi porta subito gli esempi: il congresso socialista di Rimini del 1982 e il manifesto del New Labour del 1995 si assomigliano, guarda qui cosa c’è scritto, guarda lì come riecheggia. E poi scuote la testa e si chiede come facciano Giuliano Amato, Enrico Boselli e Bobo Craxi a stare con gli ex pci – io dopo Tangentopoli ho trovato naturale andare con Berlusconi, ha detto Sacconi al Magazine del Corriere raccontando altresì di aver fatto, in gioventù, una “fuga in macchina” con Gianni De Michelis – ed erano anni di fantasmi, sospetti e complotti, e gran timore di un colpo di stato. E si capisce che per Sacconi quel mondo era infinitamente più promettente dell’oggi, si capisce che nulla cancellerà quel lutto, i colpi inferti dal nemico numero due, Tangentopoli, che pur sempre discende dal numero uno: il sessantottismo che ha fatto del (solito) Sessantotto un mito avariato di sogni e progresso. Balle: era già tramonto, palude mortifera, inabissarsi di una generazione, canto del cigno della società industriale. Lo dico io, ma non l’ho inventato io, spiega Sacconi a chi osi nominare quel numero maledetto, Sessantotto. Lo diceva Gianni (De Michelis), il mio mentore, ripete Sacconi, e De Michelis ha sempre confermato pur prendendolo in giro: “E pensare che l’ho trovato comunista”. Saranno pure diversi, i due – Maurizio non andava con Gianni in discoteca al Gilda, non frequentava la Roma o la Milano da bere, tornava sempre nel weekend a Treviso a curare il collegio, il venerdì in piazza all’ora dello spritz, da bravo politico della Prima Repubblica, ma su una cosa Sacconi e De Michelis sono sempre stati concordi: Sessantotto, uguale crepuscolo degli dei già decaduti.

***


In nome della ragion laica, il giovane Sacconi, deputato a ventotto anni, si scagliava contro il sindacato beota e contro il foraggio di stato a industrie putrescenti, e se i colleghi più esperti non lo ascoltavano, bivaccando alla buvette, l’onorevole li tampinava tra un supplì e un Campari, e mostrava carte, apriva valigette, spiegava prospetti, e faceva sempre la figura del peone sgobbone – e intanto però lui, Sacconi, si costruiva la base lassù al Nord, e faceva esperimenti di finanziamenti non assistenziali, e beveva litri di vino per cortesia verso l’elettore che gli offriva il brindisi e raccontava la storia della vigna di suo padre e rifiutava i cocktail con la bandierina colorata e ogni diavoleria alcolica troppo moderna.

***

“Essere una persona seria
non vuol dire sempre essere equilibrati o pacati”, dice la sottosegretaria Eugenia Roccella, il braccio destro bioetico (e a volte ispiratore) di Sacconi. “Persona seria”, dicono ugualmente di Sacconi quelli che con Roccella e Sacconi non sono d’accordo, gli amici ex socialisti di Maurizio, i compagni che davanti ai suoi atti e ai suoi decreti lo guardano e lo interrogano: “Maurizio, che fai? C’è la separazione dei poteri”. Quelli che scuotono la testa quando Maurizio il crociato risponde: “Bisogna fare di più, bisogna fare di tutto”, e anche quando, fiaccato, diventa alfiere di pacatezza: “Ho sempre compreso il grande dolore del padre di Eluana e non ne discuto la scelta, ma confido che presto ci sarà una regolazione tale da rispettare il valore della vita”. E a quel punto gli ex compagni si dissociano e gli dicono “ti voglio bene ma non condivido” e si ripromettono di fargli cambiare idea, sapendo benissimo che Maurizio Sacconi troverà altri mille nuovi ossimori pur di non cambiarla.